Siamo figli anche dell’Etna, “u Mungibeddu”, la montagna assoluta della Sicilia

Ce lo abbiamo davanti agli occhi fin dalla nascita, noi nati nell’Oriente siciliano. È l’Etna, la montagna dai tanti nomi, tanti quante le popolazioni che hanno abitato la Sicilia. In molti siamo anche suoi figli. È un padre/madre, è vulcano, maschile ed è montagna, a Muntagna, quindi femminile, è l’Etna (maschile/femminile) ed è il Mungibeddu, maschile, partorisce l’energia vitale e la terra siciliana, ma è anche fecondante. Un particolare e potente genitore.

ENG - We have it in front of our eyes since birth, we who were born in the Sicilian East.
It is Etna, the mountain with many names, as many as the populations that inhabited Sicily. Many of us are also his children. It is a father/mother, it is a volcano (male) and it is a mountain, “a Muntagna”, therefore female, it is Etna (male/female) and it is Mungibeddu, male, it gives birth to the vital energy and the Sicilian earth, but it is also fecundating. A peculiar and powerful parent.

Mi considero siciliano in senso totale, per radici storiche familiari ho origini in quel di Partanna, vicino Selinunte e Mazara, la famiglia appartiene alla storia di Palermo e Sicilia, poi la presenza dal 1800 in quel di Caltagirone e Catania. Ma è indubbio che, nato nella metropoli catanese, ho l’Etna nel sangue.

Tutti i catanesi e tutti coloro che sono nati all’ombra del grande vulcano, hanno l’Etna impresso negli occhi fin dai primi giorni di vita. Un gigante di 3.357 metri. Un’eredità etnea che lascia e ha lasciato il segno anche nei nostri caratteri.

Anche quest’anno il vulcano mi è apparso in tutta la sua maestosità quando, da un finestrino del volo ITA che il 3 agosto mi portava da Roma, ne ho osservato la cima a più bocche fumanti: uno spettacolo da godersi mentre l’aereo virava intorno alla Montagna.

Il Mungibeddu – denominazione in Siciliano puro – appare in più forme e sapori e profumi. La pietra delle antiche costruzioni fenicie, sicane, sicule, greche e romane, poi gli edifici delle epoche successive, i lastroni basaltici per ricoprire le pavimentazioni e le strade storiche.

E le campagne? Terra nera, i muri a secco tirati su dai contadini, le case di campagna, le masserie, i castelli.

Un mare nero, di forte pietra tra il grigio scuro e il colore della notte, quella che nei millenni o in epoche ben più recenti, fece parte di fiumi di lava. Era pietra fusa ardente rosso-giallo acceso, fluida-pastosa, dal calore così immane – tra i 1.050 e i 1.200 gradi (link ad articolo sull’ultima grande eruzione)- che quando una colata lavica si avvicinava (e si avvicina) per esempio a un albero, gli faceva subito accartocciare le foglie senza toccarlo, poi l’intera chioma prendeva fuoco fino a cuocere il tronco. Un fiume di fuoco che si sposta emettendo un rumore particolare e tipico. Avete mai sentito la carbonella accesa nelle braci dove cuocere carni e verdure? Ecco, il rumore della lava in movimento è molto simile.

Terra nera che dà potenza alle colture moltiplicando la fertilità del suolo, imprime sapori all’uva e quindi ai vini, potenzia il gusto e il profumo dei fichi, colora intensamente le piante e i fiori, caratterizza il latte di capre, pecore e bovini che si cibano dell’erba spuntata fuori dagli strati neri e porosi. Una terra che colpisce le narici col suo particolare odore minerale quando si cammina tra i campi polverosi: un odore che sembra mescolanza di ferro, una parvenza di zolfo e altri sentori che non saprei descrivere.

Nelle foto qui sopra, alcune delle forme della roccia lavica, da quelle naturali sulla scogliera di Aci Castello a quelle plasmate dal lavoro creativo dell’uomo, magari giocando pure con altre tipologie di pietra per contrapporre cromie opposte come il bianco (dal centro storico di Pedara e, in ultimo, da Palazzo Biscari a Catania) – cliccare sulle immagini per ingrandirle

Questo periodo estivo siciliano mi ha presentato l’Etna sotto varie vesti e angolazioni. Le eruzioni degli ultimi due anni ne hanno cambiato profondamente la forma, soprattutto la parte più alta dove bocche si aprono e si chiudono, nuovi coni eruttivi prendono forma o collassano su loro stessi. Dalla visione aerea, al Comune di Pedara dove sono andato a trovare dei cugini, dalla stessa Catania, da Aci Castello, la Montagna appare sempre differente.

È cambiata tanto anche nei miei ricordi, sia recenti che più lontani: a cono unico, poi bitorzoluta, triconica in cima, biconica.

U Mungibbeddu muta, ti accompagna nel corso della vita e si veste con abiti differenti negli anni. Cresce, si allarga in cima, poi dimagrisce, si adorna di neve in inverno e fuma, sempre. Mamma mia quanto fuma.

Dentro l’Etna ribolle quell’energia del mondo che spesso fa capolino timidamente o imponendosi con violenza fra tremolii e zampilli di rossa pietra liquida, esplosioni, boati, bombe di lava lanciate in alto, colate infinite.

I tanti nomi dell’Etna

Nella lingua del popolo Sicano era Aith-na che sta per ardente. Per i greci antichi era Αἴτνη (Àitnē) o Aἴτνα o Aitna: nome del centro urbano rifondato nel 476/5 a.C. da Gerone di Siracusa proprio alle pendici del vulcano, poi Katane riprendendo la denominazione sicula e Kατάvη nome dato da coloni che la fondarono nel 729-728 a.C. genti originarie della città greca Calcide, uomini che in Sicilia avevano già dato vita a Naxos. La denominazione deriva dalla parola greca αἴθω-àithō (bruciare) o dalla parola fenicia attano (fornace), da cui nacque la versione latina Aetna.

Per i musulmani l’Etna era Jabal al-burkān (بُرْكَان جَبَل), Jabal Aṭma Ṣiqilliyya (جبل أمة صقلية) o Jabal an-Nār (جَبَل النَّار) che tradotti sono rispettivamente “montagna del vulcano”, “montagna somma della Sicilia” e “montagna di fuoco”. La denominazione musulmana cambiò in Mons Gibel come fosse un nome doppio nonché rafforzativo del concetto di montagna, visto che il primo deriva dal Latino mons “monte” e il secondo dall’arabo Jebel “monte”.

Mungibeddu-Mongibello, come sottolineato da alcuni, potrebbe essere derivato da Mulciber (qui ignem mulcet, colui che addolcisce/mitiga/spegne il fuoco e, successivamente in colui che addolcisce i metalli nella forgia come riportato da Sesto Pompeo Festo, libro XI), un appellativo dato dai latini al dio Vulcano e dalla radice strettamente imparentata con l’etimologia alternativa, dal Greco antico, di Τελχινεζ proposta da Domenico Musti (1999, p. 31 – storico e accademico italiano) che rintraccia nel verbo τηκειν “dissolvere, fondere” la matrice del nome.

Mulciber che, in tempi recentissimi, è nome dato a uno dei tantissimi personaggi che popolano la saga di Harry Potter…

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