Michelangelo nelle sue rime, oltre le celebrate figure, oltre i colori e le forme. Il suo pensiero, la sua anima in parole allacciate

Sono 302 rime quelle tracciate da Michelangelo Buonarroti, il celebre e rinascimentale artista, architetto, scultore, pittore, poeta. Maestro del pensiero e dei moti d’animo che andarono oltre le celebrate figure, oltre i colori e le forme. Andarono anche a vitalizzare versi e un epistolario.

Nato a Caprese, vicino ad Arezzo, il 6 marzo 1475 e morto a Roma nel 1564, all’inizio crebbe artisticamente col noto artista fiorentino Domenico Ghirlandaio, poi tra le splendide statue della collezione di antichità dei Medici nel giardino di San Marco, una sorta di accademia artistica dove i giovani talenti erano diretti e guidati dallo scultore Bertoldo di Giovanni che, a sua volta, era stato allievo e discepolo di Donatello.

Un terreno fertile che consentì a Michelangelo di ottenere una potente abilità artistica, una capacità unica di trasmettere sentimenti e sensazioni alla materia che diventava viva. Rapporti unici tra prospettive e volumi nelle sue espressioni architettoniche.

Esempi favolosi di tutto questo, la Pietà, commissionatagli nel 1498 dal Cardinale Bilhères per la sua tomba nella chiesa romana di Santa Petronilla o la scultura del David realizzata a Firenze dal 1501 al 1504. E questa fu la sua grande produzione iniziale. Poi gli affreschi della Cappella Sistina, il Giudizio Universale a dominarli, il completamento di Palazzo Farnese, la sistemazione di piazza del Campidoglio e la cupola di San Pietro. Solo per citarne alcuni.

Ma Michelangelo era, appunto, anche poeta, un suo aspetto meno celebrato, meno riportato.

Qui riprendo tre delle 302 Rime che Michelangelo scrisse dal 1534, curate e trascritte nel 1960 in unico volume da Enzo Noè Girardi, ordinario di Lingua e letteratura italiana, direttore dell’Istituto di Italianistica e preside dell’allora Facoltà di Magistero dell’Università Cattolica dal 1983 al 1992.

Le rime di Michelangelo furono raccolte per la prima volta da suo nipote Michelangelo Buonarroti il Giovane nel 1623.

Di te me veggo e di lontan mi chiamo
per appressarm’al ciel dond’io derivo,
e per le spezie all’esca a te arrivo,
come pesce per fil tirato all’amo.
E perc’un cor fra dua fa picciol segno
di vita, a te s’è dato ambo le parti;
ond’io resto, tu ’l sai, quant’io son, poco.
E perc’un’alma infra duo va ’l più degno,
m’è forza, s’i’ voglio esser, sempre amarti;
ch’i’ son sol legno, e tu se’ legno e foco.

Rima 15

  Crudele, acerbo e dispietato core,

vestito di dolcezza e d’amar pieno,

tuo fede al tempo nasce, e dura meno

c’al dolce verno non fa ciascun fiore.

  Muovesi ’l tempo, e compartisce l’ore5

al viver nostr’un pessimo veneno;

lu’ come falce e no’ siàn come fieno,

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .

  La fede è corta e la beltà non dura,

ma di par seco par che si consumi,

come ’l peccato tuo vuol de’ mie danni.

  .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .

sempre fra noi fare’ con tutti gli anni.

Rima 17

Sento d’un foco un freddo aspetto acceso
che lontan m’arde e sé con seco agghiaccia;
pruovo una forza in due leggiadre braccia
che muove senza moto ogni altro peso.
Unico spirto e da me solo inteso,
che non ha morte e morte altrui procaccia,
veggio e truovo chi, sciolto, ’l cor m’allaccia,
e da chi giova sol mi sento offeso.
Com’esser può, signor, che d’un bel volto
ne porti ’l mio così contrari effetti,
se mal può chi non gli ha donar altrui?
Onde al mio viver lieto, che m’ha tolto,
fa forse come ’l sol, se nol permetti,
che scalda ’l mondo e non è caldo lui.

Rima 88

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