Sicilia di passioni, colori, profumi, sapori, storia, cultura, gioie e tragedie. Mi ritaglio una piccola parentesi palermitana prima di Natale. Ma voglio ricordare anche la strage di Ravanusa

Serve una piccola pausa, non per fatica, ma per mia “ricreazione ambientale”. Andare a Palermo per sbrigare cose urgenti non potrà che farmi che bene. Il bagliore del mare sempre visibile, la “parlata” sicula, vedere qualche amico. E quei sapori indimenticabili che, come per ogni volta che torno in Sicilia, è come se li assaggiassi per la prima volta. Sorprendente. Si tratta di atmosfere.

Sarà un vero e proprio bagno di sicilianità per prepararmi alle feste natalizie e alla fine del 2021 con energie in più. Una sorta di rinnovata riconciliazione (fate voi con cosa).

A inizio agosto 2021 mi ero già immerso in atmosfere sicule, quelle fantastiche trapanesi e non solo: fu un’ esperienza tra natura, storia, arte e musica (vedi link) da pieno godimento. Convivialità e amicizia, mari trasparenti smeraldini, sole accecante ma carezzevole, tavole imbandite profumate e ricolme di sapori.

Tutte le foto ©Giuseppe Grifeo e ©Angelo Campus – immagini ingrandibili cliccandoci sopra

Prima di questo mio breve viaggio di alcuni giorni, non posso che rendere omaggio alle vittime di Ravanusa.

Sera dell’11 dicembre 2021, una fuga di gas dalle condutture cittadine e conseguente esplosione: uno scenario degno della peggiore guerra urbana. A vederlo è in pieno stile Beirut, sembra l’effetto di un bombardamento circoscritto. Invece la morte è arrivata dal basso.

Sette vittime e ancora due dispersi.

Proprio adesso, mentre scrivo, è il 13 dicembre 2021, le ultime novità raccontano del recupero di altri quattro corpi rispetto ai sei dispersi iniziali.

Ancora non ritrovati/identificati, Calogero e Giuseppe Carmina: già ritrovato e identificato il corpo senza vita di Gioachina Calogera Minacori, 59 anni, moglie di Calogero.

Morti, i Vigili del Fuoco hanno strappato i loro resti da quelle macerie che prima li hanno martoriati e poi violentemente seppelliti: una donna incinta al nono mese, Selene Pagliarello, infermiera di trent’anni morta col suo piccolo in grembo, il marito Giuseppe Carmina (i due erano andati a trovare i familiari per far vedere il pancione poco prima del parto) e i genitori di lui, Angelo Carmina ed Enza Zagarrio. Tra le altre vittime, Pietro Carmina, 68 anni, docente di storia e filosofia dell’istituto Foscolo di Canicattì, Maria Crescenza Zagarrio, 69 anni e la già citata Calogera Gioachina Minacori.

Purtroppo, rispetto a quanto raccontato nel video, la povera donna incinta, prossima al parto, è stata ritrovata cadavere col marito e con i suoceri. La zona è già sotto sequestro

Cento le persone allontanate dalle loro case, in gran parte ospitate da parenti e amici.

Il sequestro giudiziario riguarda un’area ampia 10.000 metri quadri. Indagini in corso per disastro e omicidio colposo.

Una grande deflagrazione non generata dalla fuga di gas da un semplice impianto domestico (affermazione del comandante provinciale dei vigili del fuco di Agrigento): l’esplosione ha disintegrato quattro palazzine e ne ha sventrate altre due. Lo scoppio della conduttura del gas e le fiamme hanno cancellato esistenze.

Una ferita atroce per le famiglie e per la cittadina. Ma c’è stata anche a una sorta di miracolo, la salvezza per due signore di una certa età, Rosa Carmina e la cognata Giuseppina Montana: sono state estratte vive dalle rovine, anche se malridotte, pur abitando rispettivamente al primo piano e al secondo, pur sepolte dai resti del palazzo che le sovrastava e che è crollato loro addosso, pur sprofondando praticamente nel sottosuolo.

Ravanusa è il luogo di vita quotidiana per circa 11.000 persone.

La grande esplosione è stata un colpo feroce che ha distrutto case, ucciso, dilaniato e ferito.

Un duro colpo per tutta la storica comunità ravanusana.

Un tocco di conoscenza su Ravanusa

Passioni, colori, profumi, sapori, amori e abbandoni, gioie e tragedie sono nella vita di tutti. Il fatto di Ravanusa mi tocca particolarmente da vicino, probabilmente perché siciliano. Perché conosco queste realtà locali che hanno punti di contatto con la mia Partanna, ambienti che cospargono questa galassia che è la Sicilia caratterizzandola con tantissime sfumature di vita.

Ravanusa in provincia di Agrigento, si trova sul fianco destro della valle del Salso – l’antico Himera – ed è la città del Monte Saraceno (come spesso accade nella mia e nostra Isola, i nomi rievocano storia e storie) dove si trovano i resti di un insediamento protostorico, le rovine di un centro popolato da Sicani e necropoli tra l’VIII e il VI secolo a.C. poi greco (da coloni di Gela e poi di Akragas-Agrigento) fino al VI secolo a.C.: l’ipotesi più accreditata e probabile identifica l’abitato con l’antica Kakiron del VII secolo a.C.

Il Monte rappresentava una perfetta posizione di monitoraggio e controllo delle vie più settentrionali che collegavano la costa con i territori interni e la fertile piana che oggi porta a Campobello di Licata.

Per quanto riguarda il centro urbano che conosciamo oggi, la cittadina fu fondata nel 1086 dal Gran Conte Ruggero, quando il condottiero normanno aveva conquistato Kerkent-Agrigento. Lo stesso nome “Ravanusa” deriva dall’arabo “Ravim” o “RaphimRahim” (رافيم) sinonimo di “Qalea – قلعة”, equivalenti di fortezza naturale e di castello. Ma c’è una connessione anche al termine greco Raphanos che sta per radice.

Non poteva mancare una leggenda epica sulla conquista normanna di Ravanusa e sulla presa della fortezza musulmana che in questa storia coronava il Monte Saraceno.

L’armata del Gran Conte assediava la fortezza, gli islamici resistevano e l’operazione militare non andava avanti. Faceva pure un gran caldo, i rifornimenti d’acqua erano praticamente impossibili e i normanni stavano perdendo le forze per la grande sete. Ma avvenne il miracolo e la situazione si ribaltò subito in favore dell’armata normanna.

“… Si narrava infatti che sul monte sovrastante che si chiamò poi Saraceno, fosse un castello di musulmani, e che il conte Ruggero normanno ve li avesse assediati: ma la grande siccità gli decimava le milizie e i cavalli, gli intristiva quelli che gli occorrevano, sicché, era quasi risoluto a levare l’assedio. Egli aveva la tenda piantata intorno a un fico. Ora una notte gli apparve la Madonna e gli disse che se avesse scavato sotto il fico avrebbe trovato l’acqua per dissetare le milizie e gli animali. Così fece. Appena spuntò il giorno, fatto scavare, l’acqua scorgò copiosa. Le milizie cristiane, allora ristorate d’acqua e animate dal miracolo, montarono d’assalto ed espugnarono il monte. Ruggero in memoria del miracolo eresse ivi, dove era il fico un tempio alla Madonna; e il fico del miracolo fu serbato come sacra reliquia, e da un pezzo del tronco si scolpì un’immagine della Madonna che posta sull’altare era oggetto di venerazione. L’acqua e il tronco godevano reputazione miracolosa e da tutto il territorio vi si recava gente devota per sciogliere voti e impetrare grazie”.

Luigi Natoli ne “I Vespri siciliani

Era una data successiva al 25 luglio del 1086, quella di conquista di Agrigento: probabilmente in pieno e afoso agosto. Per il dono dato dalla Vergine, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla fece costruire il primo tempio cristiano di Ravanusa dedicandolo proprio alla Madonna del Fico e del Fonte (NdR: tutto è rappresentato in dipinti presenti nell’antica Chiesa del Convento).

Il Gran Conte concesse il nuovo casale e feudo di Ravanusa a Salvatore Palmeri, suo validissimo condottiero, fondamentale nella vittoria ad Agrigento dove in battaglia uccise anche l’emiro Mel-Kelb-Mulè.

Dal 1300 il Feudo passò prima ai Tagliavia, poi ai Mauro e ancora a Fulco Palmeri da Naro. Come racconta Lilli Parisi dell’Associazione Sicani del Monte Saraceno (link), nel possesso del Feudo “seguono Luigi Tagliavia, Mucchio di Landolina e Rodrigo Zappada”. Ma il vero e grande riformatore fu Andrea De Crescenzo che ne ebbe la titolarità nel 1449.

“… nel 1450 [Andrea De Crescenzo] ottenne dal re Alfonso di Valenza (NdR: Re Alfònso di Trastámara V d’Aragona, detto il Magnanimo, I di Sicilia e Maiorca, II di Sardegna, III di Valencia e I di Napoli) il permesso di costruirvi un’osteria per i viaggiatori che fu fabbricata nel basso dell’attuale paese (via Ibla). Con l’autorizzazione del vescovo agrigentino Domenico Xart, erige in Ravanusa un convento per i canonici regolari di S. Giorgio in Alga; tale costruzione sorgeva accanto alla chiesa della Madonna del Fico, la cui festa, come riferisce il Pirro, veniva celebrata il 15 agosto con fiera e mercato e grande frequenza di popolo.

É il De Crescenzo che volle l’elevazione sociale del paese; ottenne, infatti, dal re Giovanni (NdR: II d’Aragona), figlio e successore di Alfonso, l’elevazione del feudo di Ravanusa da semplice e piano a feudo nobile e la giurisdizione civile e militare. Ciò avvenne il 30 dicembre 1472 e da questa data inizia la baronia di Ravanusa, la quale continuò nelle varie ramificazioni ereditarie sino al 1806 (1 settembre) quando Ferdinando III di Borbone abolì le feudalità”.

Lilli Parisi dell’Associazione Sicani del Monte Saraceno

La vita delle comunità umane in quest’area della Sicilia era comunque presente da ben prima, da circa tre millenni fa: lo testimonia non solo Monte Saraceno, ma lo raccontano anche le più remote grotte e necropoli nelle contrade Bifara, Fiumarella, Monterosso, Poggiorotondo, Grada.

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