Halloween, ci risiamo, l’ennesima “crociata” di alcuni. Approfondimento su questa ricorrenza prima di tirare in ballo (a sproposito) il diavolo e il male

Che noia il ripetersi delle “crociate” contro qualsiasi cosa. Sport nazionale. Senza neppure approfondire prima di fare magre figure. Su Halloween questa tendenza va avanti da anni portata avanti da presunti difensori della tradizione… e lo fanno senza sapere. Scritto questo, sarà l’ultima volta che traccerò una guida utile a comprendere questo evento di passaggio, cristianissimo da oltre un millennio e mezzo circa, rito di passaggio stagionale, ricordo dei defunti di famiglia sin dall’era precristiana, del tutto identica nell’antica tradizione per come la si festeggia nel Sud Italia, a cominciare da Sicilia e Sardegna dove si entra in confidenza con la morte, con i parenti che non ci sono più e si mangiano dolci a tema, le “ossa dei morti” per esempio.

Finiamola con frasi del tipo, “Halloween è un rito pagano! Così adori Satana e altri dèi!”. A scriverle e a pronunciarle si fa solo una bruttissima figura.

Foto d’archivio Getty Images-Archivi Alberta-Hulton Archive-Corbis Historical

Halloween, origini europee: da sempre nulla a che fare con il male

Lo storico Nicholas Rogers, dopo lunghe ricerche ha scritto:Alcuni studiosi hanno rintracciato le sue origini nella festa romana dedicata a Pomona – dea dei frutti e dei semi – o nella festa dei morti chiamata Parentalia. Halloween è più tipicamente collegata alla festa celtica di Samhain, originariamente scritto Samuin (pronunciato sow-an o sow-in)”.

Da aggiungere un particolare fondamentale. Il termine deriva dall’antico irlandese e significa grosso modo “fine dell’estate”.

L’antichissimo calendario celtico, quello due millenni fa, seguito in un’area geografica che va dall’Irlanda alla Francia settentrionale, l’anno nuovo iniziava il primo novembre celebrando la fine della stagione calda nella notte del 31 ottobre con la festa di Samhain.

Il popolo dei Celti era prevalentemente agricolo, quindi l’arrivo dell’inverno era associato all’idea della morte e si credeva che gli spiriti esercitassero il loro potere sui raccolti dell’anno nuovo. Ecco la vera e remota origine di Halloween.

La celebrazione, se così si può chiamarla, segnava un momento di passaggio, la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno contemporaneamente all’ultimo raccolto prima dell’inizio della stagione fredda, quindi la conservazione delle provviste per superare il freddissimo inverno nordeuropeo, un momento per la vita che veniva preservata onorando i morti delle famiglie e dei villaggi, defunti che per l’occasione entravano in contatto con i vivi.

Era una sorta di festival solare del 31 ottobre, simboleggiante la natura che muore e risorge con rafforzamento del ricordo e dell’alleanza con gli antenati e con i familiari più vicini, ormai scomparsi. Ravvivare una connessione tra i mondi per un reciproco vantaggio sociale-culturale nel tramandare la memoria, oltre che beneaugurante.

Con l’avvento del Cristianesimo, nell’VIII secolo, Papa Gregorio III, morto nell’anno 741, agì anche politicamente contro l’iconoclastia costantinopolitana e dell’imperatore spostando la data di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre facendola seguire dalla Commemorazione dei Defunti (la festa del 1° novembre divenne di precetto nell’840 a opera di Papa Gregorio IV): data che fino a quel momento coincideva con le celebrazioni di San Cesario al Palatino, il santo degli imperatori cristiani.

Dall’Oxford Dictionary of English folklore: “Certamente Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese, gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c’è evidenza che fosse connesso con la parte in epoca precristiana o che si tenessero cerimonie religiose pagane”.

Trascrizioni sulla festa di Samhain e i culti a questa legata, avvennero grazie a monaci cristiani tra il X e l’XI secolo conservandone memoria a Cristianesimo consolidato.

Da ben oltre un millennio, Halloween non è una festa pagana. Lo era prima del Cristianesimo nell’area celtica, poi fu cristianizzata. Ecco da quell’840 in poi la diffusione la Commemorazione dei Defunti (Ognissanti) ai territori cristiani. Anche nelle originarie aree celtiche, cristiane ormai da lunghissimo tempo con paganesimo ben sepolto, quindi “All Hallow’s Eve”, che in inglese antico indicava la vigilia di Ognissanti, trasformato nell’unico termine Hallowe’en-Halloween (dal significato e motivazione cristiana). Assetto prettamente religioso-cristiano, di piena espansione e ricchezza, che non cedette neppure durante le invasioni vichinghe.

Nel corso di tanti secoli la festa ha avuto diverse sovrapposizioni da usanze in zone geografiche differenti, come quella di epoca medievale: fare l’elemosina ai mendicanti il giorno di Ognissanti in cambio della promessa di pregare per i defunti del donatore in occasione della festa dei morti del 2 novembre

… ma fu Sant’Odilone, abate di Cluny, nella fase finale del X secolo, ad aggiungere la concezione cristiana di comunione con o fedeli defunti proprio al 2 novembre. In quel momento, dalla Francia, questa tradizione appena nata si diffuse in tutta Europa.

Halloween e il “caso irlandese”, la peste nera in Europa, la caducità della vita, i travestimenti francesi iniziati tra XIV e XV secolo, la fusione delle tradizioni nelle colonie britanniche nordamericane del XVIII secolo

La differenziazione avvenne nell’area celtica e Irlandese in particolare, dove le popolazioni volevano sì ricordare i Santi, i Beati e i defunti che erano lungo la strada del Paradiso passando per il Purgatorio, ma volevano comunque far sapere ai dannati che non li si sarebbe dimenticati nella loro infelice e terribile sorte eterna.

Per evitare che queste anime perse nelle pene dell’inferno, non festeggiate e non più ricordate sulla Terra, potessero tormentare i vivi e vendicarsi, ecco che in Irlanda iniziarono ad accompagnare la celebrazione con il battere fortemente pentole e oggetti metallici, mestoli, di tutto e di più. Avveniva proprio durante la sera in modo da inviare un chiaro messaggio anche ai dannati: non siete stati dimenticati, noi ricordiamo tutti i defunti.

Il travestirsi con costumi vari, similmente a quanto accaduto poi negli Stati Uniti e diffuso poi in altre nazioni, non ha un’origine che risale al cosiddetto “Nuovo Mondo”. Tutto è iniziato dalla Francia, tra XIV e XV secolo, la peste aveva mietuto vittime, si era tornati a considerare fortemente la propria debolezza umana, la brevità della vita, riflessioni che vennero proprio dal mondo cattolico.

Amedeo Ricco, con professionalità formatasi al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e con Licenza in Scienze Bibliche e Archeologia allo Studium Biblicum Franciscanum, ha raccontato quest’ultima panoramica che qui ho tratteggiato e che va ancora oltre: «Il ricordo più vivo della propria mortalità fu il tema conduttore. Conosciamo opere d’arte dal nome Danza macabra (Danse macabre) o “danza della morte”: rappresentano la morte (o il diavolo) nell’atto di guidare una catena umana – papi, re, nobildonne, cavalieri, monaci, contadini, appestati – nella tomba. Fanno certamente eco quei versi del Salmo: “Questa è la via di chi confida in se stesso / la fine di chi si compiace delle proprie parole. / Come pecore sono avviati agli inferi / SARÀ LORO PASTORE LA MORTE; / scenderanno a precipizio nel sepolcro / svanirà di loro ogni traccia / gli inferi saranno la loro dimora” (Sal 49, 14-15).

Talvolta la danza era rappresentata nello stesso giorno del 2 novembre: la gente si travestiva con costumi che rappresentavano i morti di tutti gli stati di vita. Era un fare memoria di quello che tutti saranno prima o poi, morti, e perciò… un invito a non sprecarla nel male, nel non senso, nella sciocca programmazione, la vita!».

«I francesi si travestivano il 2 novembre, non la vigilia dell’1 e gli irlandesi, che avevano Halloween, non si travestivano affatto – prosegue Amedeo Ricco – Le due tradizioni si mescolarono nel XVIII secolo nelle colonie britanniche del Nord America: fu allora che l’attenzione degli irlandesi sulla triste sorte dei dannati diede alle masquerades francesi un ritmo più macabro, pauroso. Si fissò la sera del 31 ottobre, e non più limitato ai soli cattolici.
Fu solo molto dopo, a fine XIX sec., che folkloristi mal informati introdussero lanterne di zucca (già questi ebbero la malsana idea che Halloween fosse Druidica e pagana in origine!): ma lampade fatte dalle rape – e non dalle zucche! – erano nell’antico festival celtico delle primizie del raccolto.
Insomma, il paradosso è che questa autentica pietà medievale finisca oggi per essere demonizzata, invece di essere capita, e ciò che pagano lo è per davvero, il nostro carnevale, passi inosservato, anzi valorizzato nelle parrocchie».

Halloween festa demoniaca? No, per nulla, facciamo i seri. Parallelismi con le feste in Sicilia e in Sardegna, il rapporto con i defunti. In Abruzzo, in Molise e in Veneto c’è la zucca-testa illuminata, tradizione di alcuni centri

In Sicilia i morti di famiglia lasciano regali ai bambini di casa che poi, con le loro famiglie mangiano dolci appositi come le “ossa dei morti”, duri, gustosi, a forma di ossa: che anche questa possa essere bollata da certi personaggi come usanza pagana e aspirazione al cannibalismo (rituale o meno)?

Per i bambini era un familiarizzare, anno per anno, con i defunti dentro una sorta di “scambio” che avveniva con chi era nell’aldilà.

I bimbi andavano a dormire e si prospettavano due possibilità. Quelli che si erano comportati male, che erano stati “cattivi”, avrebbero sì avuto la visita delle anime dei defunti. ma queste avrebbero grattato loro i piedi e al risveglio avrebbero trovato come regalo del puro e semplice carbone. Per i bimbi buoni invece era pronto uno scenario diverso a seconda che si fosse in Sicilia occidentale o orientale. Come ha descritto l’amico e attore Rosario Terranova, per i bravi bambini, praticamente tutti, era pronta “tutta una tavola imbandita di Cannestri pieni di Pupaccena (o pupa di zucchero), biscotti Tetù (i biscotti “tetu e teio”, “uno a te e uno a me”), Frutta Martorana, mentre Mamma avrebbe preparato calda calda a muffuletta…“.

Lo scrittore Andrea Camilleri rincara questa visione con l’aggiunta di tanti particolari, quelli che io stesso ho vissuto da bambino. Una panoramica più sudorientale della Sicilia, un ricordo che Camilleri scrisse anni fa.

«Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio».

Andrea Camilleri

«Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno – proseguì Camilleri – volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre».

«I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette – continuò a raccontare lo scrittore siciliano – Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo. Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine».

Camilleri traccia una linea di demarcazione al 1943, dall’arrivo delle truppe statunitensi, il dilagare della tradizione dell’Albero di Natale e tanto altro.

Non posso concordare con lo scrittore.

Personalmente, devo riconoscere che la tradizione siciliana “dei morti” l’ho vissuta come descritta dallo stesso Camilleri. Nel mio caso si trattava degli anni 70 del 1900. La vissero nello stesso modo tutti i bambini di allora che conoscevo: a Catania e in Sicilia, questa nostra tradizione era ben viva dopo trent’anni dall’arrivo delle truppe statunitensi. Rammento bene le ossa dei morti o ossa di morto” (link allo spazio web Siciliani creativi in cucina per la ricetta) o i mustazzoli (detti anche “Rame di Napoli, glassati al cioccolato).

Come nel racconto di Camilleri, noi bambini andavamo poi a letto pieni di attesa perché i nostri morti, nel corso della notte, ci avrebbero lasciato dei regali. La mattina dopo, al risveglio, era vera caccia al tesoro perché non era detto che il dono venisse lasciato sotto al letto. Scovare il regalo, un trenino Lima, il modello in scala di un’auto, soldatini, che c’era di più divertente di questo gioco a sorpresa allestito dai nostri defunti?

Giornata piacevole, sempre tutti insieme e al cimitero ci si andava con spirito non malinconico, almeno per noi bambini, ma era così anche i grandi che sembrava non lasciassero trasparire sensazioni tristi. Il pranzo insieme, cugini riuniti. Bei momenti

Quando poi la mia famiglia si trasferì prima a Parma, poi Savona, Livorno, Crotone e, infine, a Roma, non ebbi più modo di vivere questo mondo siculo tra magia e ricordi familiari.

** Passo a un’altra grande isola. Il momento tra ottobre e novembre in Sardegna? Qui la tradizione della festa “Is Animeddas” è stata sempre ben viva, il rapporto con i defunti ben cosciente e vissuto nella loro manifestazione annuale sulla Terra.

I nomi e le tradizioni cambiano da zona a zona, quindi Su Prugadoriu” in Ogliastra o Su Mortu Mortu” a Nùoro.

I dolci anche qui sono protagonisti, anche qui ci sono le “ossa dei morti” e poi il “Pane Sapa” da antichissima ricetta, ma nel segno della tradizione, limoni, arance, mandorle. Il banchetto notturno, l’accensione dei lumini (sa lantia – stoppino di tessuto imbevuto nell’olio, incastrato in un pezzetto di sughero, messo a galleggiare nell’acqua contenuta in una scodella). Ci sarebbe tanto altro da scrivere, dal rito delle preghiere al mattino prima dell’alba a tanti altri elementi.

Secondo l’antica tradizione sarda, nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre si aprirebbero le porte del purgatorio in modo che le anime dei penitenti possano andare a trovare e a riunirsi con vivi: da qui le tavole imbandite e il cibo per rasserenare i defunti con questi doni.

E i bambini? Ecco la connessione con Halloween perché nei paesi sardi, dal pomeriggio del primo novembre, li si può vedere indossare maschere e vestiti di stracci per girare di casa in casa (“Andare a is animas”) chiedendo “seus begnus po is animas”, raccogliendo dolci e caramelle e comunque, un piccolo dono per le anime più sfortunate sentendosi rispondere da chi donava e dona “po is animas e a si biri a attrus annus” (risposta generica che può essere personalizzata riferendosi a familiari ben precisi).

Poi il banchetto dei morti per Ognissanti, la sera dopo cena in modo tale che i defunti trovassero queste offerte prima di tornare nell’aldilà. Cibo che le famiglie lasciavano e lasciano sul tavolo tutta la notte togliendolo poi solo la mattina successiva.

Da considerare che, come in tutte le altre regioni italiane, l’offerta di cibo lasciata ai defunti ha radici molto salde che risalgono dal mondo etrusco e dall’antica Roma: anche il morto mangia come fanno i vivi, quindi offrirgli del cibo è cosa che rientra nella normalità, soprattutto nel giorno in cui c’è il riabbraccio tra gli uomini e le anime dei propri cari passati “altrove”.

Anche in Sardegna c’è un prima e un poi, lo scambio di doni, il cibo tradizionale e, dopo la Messa, la visita ai sepolcri, i fiori, i ricordi, un rinnovato abbraccio con chi si manifesta dall’aldilà divenendo concreto nella mente dei bambini, ma anche in quelle adulte e più smaliziate dei genitori, nonni, zii.

*** Altro accenno geografico sulle tradizioni nostrane. A oggi il legame con le zucche, anche se non nella forma data dai nordamericani abbinata alla presenza di fantasmi e morti, lo si trova in alcune zone dell’Abruzzo.

A Serramonacesca (Pescara) “L’aneme de le morte”, la presenza dei morti nella notte di Ognissanti, anime che hanno varcato il diaframma che suddivide l’aldilà dalla vita terrena: ed ecco le “Cocce de morte” fatte con zucche svuotate e intagliate a mo’ di testa umana e/con motivi creativi; all’interno candele per illuminarle. Vengono portate dai giovani per le vie del paese come simboli-rappresentanti dei morti tornati sulla terra.

La processione guidata e intervallata da queste teste, passa di casa in casa a chiedere offerte. “L’aneme de le morte” è la risposta che si sentono dare gli abitanti ogni volta che uno dei ragazzi in processione bussa alla loro porta. Frutta secca, dolci e monete sono i doni tradizionali da dare ai giovani.

Negli ultimi anni il paese ha organizzato una vera e propria sagra della zucca proprio per il 31 ottobre e il primo novembre.

Stessa processione a Pettorano sul Gizio (Aquila), come raccontato da famedisud.it. Qui però il cammino viene accompagnata da un canto:

“Ogge è lla feste de tutte li sande:
Facete bbene a st’aneme penande…
Se vvu bbene de core me le facete,
nell’altre monne le retruverete”.

Zucche svuotate e illuminate anche a Carovilli (Isernia), pieno Molise. La festa della “Mort cazzuta” prevede banchetti tipici per la sera di Ognissanti. A fine pasto un piatto con del cibo viene lasciato sul davanzale di una finestra per sfamare i defunti, pietanza illuminata da una zucca svuotata e intagliata (espressioni varie date alla morte, dalla sorridente all’arrabbiata) dentro la quale una candela contribuisce a renderla “viva”.

“Intagliata o “tagliata nel dialetto locale è “cazzuta: da qui il nome della festa.

Zucche intagliate anche a Montemitro, in provincia di Campobasso.

+*** Infine, un’aggiunta di tradizione che ho fatto all’ultimo momento, un altro bel parallelismo col Veneto, le zucche intagliate e illuminate dall’interno con candele, esposte dalla sera del 31 ottobre sui davanzali o lungo i fossi dei canali. Sono le “Suche Baruche – Suche dei Morti” o “LumereLümere“: dovevano illuminare la strada ai cari defunti, guidarli, mentre allontanavano o scoraggiavano gli spiriti malevoli. Durante la terza domenica di ottobre a Piove di sacco (Padova) va in scena “Suca baruca col mocolo impissà, una festa della zucca che precorre il 31 ottobre e il primo novembre.

Tutto traeva spunto nei secoli scorsi – e lo fa ancora oggi – dalla coltura delle zucche, tipica di aree venete, fattore che ha influenzato anche parte della gastronomia locale. Questa cucurbitacea o zucca dolce è sempre stata nelle tradizioni locali dal momento della sua comparsa e diffusione in Europa (la pianta è originaria dell’America Latina). La versione veneta prevedeva e prevede anche il confezionamento di orecchie per queste zucche utilizzando pezzi di formaggio, pezzi di stoffa, semi di granoturco, penne di gallina.

Lumere a Mantova, zucche modellate e dipinte – da Mincio&dintorni, arte, cultura, tradizione

Lümere erano e sono in Lombardia, in Emilia e in Piemonte. Lumazze nel Polesine e in Romagna. Lumere nel Veneto Occidentale. Ma l’ampiezza dell’area caratterizzata dall’uso di zucche intagliate e illuminate, va oltre toccando anche Toscana, Marche e Friuli.

La candela non era solo illuminazione interna, ma doveva sciogliere-cuocere appena la polpa di zucca rimasta all’interno rendendola più dolce, quindi attraente per i morti che, in questo modo, si sfamavano con qualcosa di molto gradevole. Tradizione descrive che ogni famiglia dovesse preparare una zucca per ogni defunto familiare, magari lasciando dentro anche un messaggio per il proprio caro in arrivo dall’aldilà.

Ma le zucche intagliate a mo’ di espressioni facciali e illuminate, non erano solo esposte. La sera erano portate in giro dai giovani passando poi vicino ai cimiteri. Dopo andavano a bussare di casa in casa chiedendo doni: tradizionalmente frutta secca, nocciole e castagne. Tutto questo fa il paio con antichissime tradizioni della pianura padana (e con vaste aree italiane, come ho già descritto), il rapporto con i defunti, il pane dei morti, le cene per i morti, le castagne lasciate sul davanzale o sul tavolo per i morti (anche scodelle di latte e castagne, piatti di  caldarroste e bicchieri di sidro, recipienti di rame colmi d’acqua per dissetare i morti, piattini con pane e vino).

La tradizione è proseguita immutata e popolare fino agli anni 50 del 1900 per poi scemare. Solo in questo nuovo secolo ha ripreso vigore nelle sue forme tipicamente locali, spinta dalla popolarità di Halloween: un tesoro di tradizioni ritrovate.

Come appare evidente, questa sorta di processione, organizzata o meno che sia, è in perfetto parallelismo con le altre che ho raccontato come usanze italiane in una continuità – anche come rapporto con i defunti – che unisce le Isole maggiori, il Sud, il Centro Italia e il Nord. Unione che accomuna con usanze europee ed extraeuropee.


Tornando al cuore di questo mio scritto e al suo scopo, non c’era e non c’è nulla di demoniaco, né di pagano, tutto è perfettamente codificato dalla religione cristiana. I defunti, i nostri defunti, si manifestano nella rinnovata alleanza con noi vivi proteggendoci dal loro mondo ultraterreno.

A chi poi, seguendo la sua personale vena polemica alla perenne ricerca di una ribalta, evoca lo spinto senso commerciale e consumistico della festa di Halloween, farei notare un’altra cosa: il mercato lo facciamo noi tutti e, tanto per fare un esempio, abbiamo trasformato il Natale in uno dei maggiori esempi del consumismo, un grandissimo mercato di fine anno.

Quindi, evitiamo attacchi, crociate senza senso e riappropriamoci del piacere di conoscere, di studiare, di approfondire. Per una consapevolezza rinnovata e piena di passato, di presente, dell’unione tra spiritualità e mondo terreno.

Nel segno di un futuro migliore.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giusy ha detto:

    Davvero un gran bel post, Giuseppe. Buona giornata 😊

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Grazie a te Giusy! Oltre che riportare a galla sensazioni e ricordi, lo considero un pezzo “di servizio”, utile e di approfondimento

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      1. Giusy ha detto:

        Decisamente si.. essendo tutti “esperti di cose”😂 un po’ di storia non fa male!😊

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        1. Giuseppe Grifeo ha detto:

          Denudiamo questa “espertosità” diffusa 😄😂🤣

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          1. Giusy ha detto:

            Ahahahahhah con molto piacere!😎

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  2. eleonorabergonti ha detto:

    Un post davvero molto interessante e bello, 👍👍. Buona domenica e Buon Halloween, Giuseppe. 😀🎃👻

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Felice Halloween a te e grazie! 😜

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        1. Giuseppe Grifeo ha detto:

          Comunque , è veramente divertente approfondire argomenti del genere, scavare in ricordi e sensazioni… anche (e forse di più) quando in una condivisione Facebook di questo pezzo, una persona mi ha scritto che propagandando la morte, il male, il diavolo perché questi sono i contenuti di Halloween, come detto (ha sottolineato) anche su YouTube (!!) da esorcisti 😄😄😄

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  3. eleonorabergonti ha detto:

    Concordo con te, 👍. Scoprire nuove cose di un argomento è sempre, oltre che divertente, anche molto utile perché ci permette di accrescere la nostra cultura. Caspiterina, questa persona che ti ha scritto doveva essere ben retrograda per dire certe cose: ormai Halloween è diventata talmente popolare come festa che ormai nessuno (o quasi) si scandalizza più. Secondo me, questa persona, credeva di vivere ancora nel Medioevo, 😜. E tu cosa gli hai risposto?

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Ecco la mia risposta, suddivisa in due commenti perché la signora ha rincarato due volte:

      Nessuna tenebra, proprio per nulla. Basta conoscere e studiare per comprenderlo.
      ——
      Non rispondo a questa polemica basata sul nulla. Però, come mio atto finale, metto qui solo uno scritto di Michele Meschi, medico e scrittore:
      – “Se credete che la festa di Halloween sia gravemente lesiva delle italiche tradizioni;
      che confligga con la festività di Ognissanti, come se i “santi” fossero divinità pagane in grado di offendersi e scatenare la loro nèmesi sugli empi;
      che svilisca il ricordo dei nostri defunti, come se questi fossero fantasmi relegati in un mondo parallelo, e non piuttosto il calore familiare che ancora ci scalda il cuore, più vivo che mai;
      che inciti i bambini alla violenza, come se non sapessimo che le streghe e i mostri sono da sempre nelle fiabe e nelle fantasie dei piccoli; io guardavo UFO Robot e Ken Shiro, e ritengo molto più drammatico trasmettere in fascia protetta reality decerebranti e prodotti sottoculturali da tivù commerciale;
      che ci americanizzeremo tutti: come se non lo sapessimo, che anche la cultura, la lingua si muovono con vantaggio selettivo, e che fra qualche anno il nostro vicino di casa sarà cinese, parlerà spagnolo e sarà di religione islamica, e non potremo far altro che prodigarci in un inchino, preparare la sangria e dire Salam aleikum con un bel sorriso e far festa insieme; e che temere oggi la lingua inglese sarebbe come se un palestinese dell’età di Gesù temesse il greco ellenistico: tanto bisognava impararlo;
      INSOMMA: se proprio, proprio in nome delle vostre e nostre tradizioni e del tremendo – questo sì – “si è sempre fatto così” avete voglia di rompere le scatole a quei poveri piccoli che vivono questo momento semplicemente come un carnevale un po’ horror…
      fatemi una cortesia: non confezionate più l’albero di Natale, ma solo presepi; non disegnate più Babbo Natale vestito di rosso e chiamatelo San Nicola; non comprate più uova di Pasqua; non dite più “week end” ma “fine settimana”, non più “garage” ma “autorimessa”, non più “bar” ma “caffè” e ricordate che dietro l’angolo possono esserci sempre perfide Albioni e potenze demoplutocratiche giudaico-massoniche, che senza casa possiamo vivere ma senza patria no, che abbiamo bisogno di un milione di morti da gettare sul tavolo dell’Europa.
      Le uniche maschere a dover farci paura sono le nostre, quelle degli “ipocriti”, i teatranti della Grecia classica che si nascondevano il volto per nascondere la propria essenza di “sepolcri imbiancati”.
      Divertitevi, piccolini: buon Halloween!
      Ps: se passate da me, di dolcetti ce ne sono sempre.
      Dico davvero, mica faccio scherzetti”.

      Piace a 1 persona

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