Petronio, il Satyricon, la decadenza delle arti e della società

Tito Petronio Nigro e il suo Satyricon , opera giunta fino a noi incompleta. Si è dibattuto per tanto tempo sull’esatta denominazione e identità dell’autore, “Petronio” era certo. La tesi più accreditata sposa la denominazione data da Plinio e da Plutarco, quindi Tito Petronio.

Scrittore latino del I secolo a. C. prima ricoprì la carica di proconsole in Bitinia, poi quella di console. Visse alla corte di Nerone tra i più vicini all’imperatore e nelle vesti di elegantiae arbiter. Alla fine si uccise nell’anno 66, durante la seconda persecuzione contro i presunti complici di Pisone e visto che lui stesso fu accusato di essere affiliato ai congiurati.

Di seguito un estratto della parte iniziale che ha sempre calamitato la mia attenzione e che, per certi versi, dà l’idea di essere fortemente attuale nei suoi contenuti per il senso di decadimento e di critica ironica nei confronti della società e del sistema educativo, sia esso familiare che scolastico.

Precedentemente ai versi che qui ho trascritto, nel testo del Satyricon viene messa in evidenza la deformazione e la decadenza dell’oratoria, della poesia, della pittura. E nel racconto il rétore Agamennone rincara: In questi esercizi la colpa non è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone ‘a scuola ci rimarrebbero solo loro“.

Prendi gli adulatori da commedia – continua – per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l’uditorio – e infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle orecchie -. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il pescatore, se non attacca all’amo l’esca che piace ai pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai nulla“.

Encolpio, giovane studente di retorica si confronta con Agamennone e quest’ultimo descrive in versi:

“Chi punta agli effetti di un’arte austera
e rivolge la mente a grandi cose,
depuri innanzitutto i suoi costumi con princìpi severi.

Sdegni con viso aperto la reggia truce,
non punti a mense ricche da cliente di signori,
non si mescoli alla feccia svilendo nel vino
la fiamma del talento, né sieda in teatro
a fare da claque al soldo di un istrione.

Ma sia che gli sorrida la rocca di Pallade in armi,
o la terra abitata dal colono spartano
o la dimora delle Sirene, dedichi ai versi
i suoi primi anni e beva con animo lieto al fonte Meonio.

Poi, dopo aver pascolato col gregge di Socrate,
spazi pure libero a briglie sciolte
brandendo le possenti armi di Demostene.

Lo circondi quindi la massa dei Romani,
e libera dai ritmi greci lo infonda di inediti aromi.

Talora lasci il Foro la penna e fugga via nel vento,
e la Sorte risuoni scandita da un ritmo veloce.

Diano pure lo spunto conflitti cantati da truce cantore,
solenni tuonino le parole dell’indomito Cicerone.

Adòrnati l’animo di queste bellezze: invaso da simili acque feconde,
verserai dal tuo petto parole degne delle Muse”.

“Artis severae si quis ambit effectus
mentemque magnis applicat, prius mores
frugalitatis lege poliat exacta.
Nec curet alto regiam trucem vultu
cliensve cenas inpotentium captet,
nec perditis addictus obruat vino
mentis calorem; neve plausor in scenam
sedeat redemptus histrioniae addictus.
Sed sive armigerae rident Tritonidis arces,
seu Lacedaemonio tellus habitata colono
Sirenumque domus, det primos versibus annos
Maeoniumque bibat felici pectore fontem.
Mox et Socratico plenus grege mittat habenas
liber, et ingentis quatiat Demosthenis arma.
Hinc Romana manus circumfluat, et modo Graio
exonerata sono mutet suffusa saporem.
Interdum subducta foro det pagina cursum,
et fortuna sonet celeri distincta meatu.
Dent epulas et bella truci memorata canore,
grandiaque indomiti Ciceronis verba minentur.
Hi animum succinge bonis: sic flumine largo
plenus Pierio defundes pectore verba”.

Il racconto generale e il contesto

Protagonista del Satyricon è appunto Encolpio, giovane studente di retorica che ha incontri e avventure di tutti i tipi. Molte sono disavventure.

All’inizio di tutto è che originariamente Encolpio ha profondamente oltraggiato il dio Priapo e la divinità vuole soddisfazione. Ogni volta che la scampa, lo studente fugge via portandosi appresso Gitone, servo efebico, ma anche la perenne aleggiante minaccia della maledizione divina (che c’entri o meno con ogni disavventura).

Petronio prende spunto da questo per giocare con grande ironia sui culti, sui costumi, sulle volgarità e sulle miserie, sulle scelleratezze e sulle sciocchezze della società a lui contemporanea colpendo anche le istituzioni letterarie.

Proprio all’inizio del Satyricon si trova la conversazione tra Encolpio e il rètore Agamennone, momento che avviene all’uscita dalla scuola in una città campana. Come ho scritto in precedenza, argomento del loro incontro-confronto è la decadenza delle arti e dell’eloquenza.

Nel racconto il protagonista è accompagnato anche dall’ambiguo amico Ascilto, poi avviene l’incontro con il rozzo liberto Trimalchióne (o Trimalcione) che dà un luculliano banchetto.

Ed è proprio Trimalchióne uno dei perni narrativi di Petronio per esprimere preoccupazione e disprezzo, comuni al ceto dei senatori, nei confronti degli arricchiti rampanti, proprio di quei liberti che cercavano di passare a tutti i costi per quel che non erano in forza dei loro tanti danari, quindi “travestirsi” da appartenenti alle famiglie equestri ed esaltando la loro voglia di imitare addirittura i fasti della corte imperiale.

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