Mille zampette e l’ignoto dietro l’angolo buio, dal profondo… e poi il nulla

Svegliarsi all’improvviso scalciando, scacciando qualcosa di apparentemente repellente, una transizione dal mondo onirico alla realtà.

Un momento capitato a molti e che lascia spesso ricordi ben fissi, anche se rammentare un sogno diventa particolarmente arduo, soprattutto se passano ore e giorni. Sempre più arduo.

Non posso ormai ricordare tutto, ma la prima impressione è che io sia ai bordi dell’arena di un antico circo o di un antico anfiteatro, come nell’Antica Roma, allo sbocco delle rampe d’accesso di gladiatori che poi dovranno lottare.

Ma la situazione che vivo nel mio sogno è come se già lo spettacolo al centro dell’arena sia in svolgimento, mentre io debba rimanere lì a tenere chiuse le sbarre che non permettono altri ingressi dal passaggio che sbuca da un ambiente oscuro, forse dei sotterranei.

C’è un inconveniente.

Qualcosa cerca di uscire, tra antichi mattoni malmessi e le sbarre metalliche spuntano tante zampette come quelle di un grosso ragno. Zampette però non così animali e non classicamente aracnidei.

Sono zampette anch’esse pseudo metalliche, con le giunzioni delle articolazioni rappresentate da porzioni a goccia o sferiche rosse, ma non sanguigne, come color fragola, comunque lucenti come fossero smaltate, non organiche, artificiali.

A ogni mia minima distrazione, quando vorrei vedere lo spettacolo nell’arena, le zampette fuoriescono, tentano di aprire di più le sbarre, di far uscire il resto di un corpo che rappresentano e che non vedo perché all’interno, dietro quei mattoni che sono l’ultima propaggine di quell’uscita verso l’arena.

A un certo punto mi distraggo troppo, lo spettacolo tra i combattenti (che non ricordo, ma so che ci sono) mi ha attratto troppo.

Le zampette riescono a fare più presa sul bordo del passaggio, del tunnel, aprono di più le sbarre allargando la possibilità di fuoriuscita per quel corpo dalle propaggini aracnidi che, so, ne costituiscono la minima parte.

Panico, cerco di riaccostare il cancello, di non far uscire l’essere, ma le zampette hanno forza.

Tento di usare le gambe per tirare a me il cancello, ma nulla da fare, anzi, nel loro tentativo di aprirsi la strada, quelle zampette di avvicinano troppo ai miei piedi e alle gambe che avevo allungato per fare ulteriore presa sulle sbarre tirandole a me.

E inizio a scalciare, a colpire quelle zampette, le devo scacciare e schiacciare prima che fuoriesca qualcosa.

In quel momento mi sveglio con l’ultimo calcio (reale) sferzato verso l’aria.

Ero sul divano. Addormentato davanti all’ennesimo programma televisivo del tutto soporifero. Ma il panico provato all’ultimo istante del sogno si era trasferito nella realtà anche se si stava dileguando, diluendo, cancellato gradatamente dalla luce del lampadario.

Come quei profumi di qualcosa che ti è passato vicino e che pian piano si confonde col resto, il profumo di qualcuno che probabilmente ti è passato vicino, ma ora si allontana e non sai che direzione ha preso, non lo individui tra coloro che camminano intorno a te.

p.s.: i ragni non mi hanno mai fatto alcuna “simpatia”

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