Il giorno della paura e del sangue: 16 marzo 1978, agguato di via Fani, rapimento di Aldo Moro, il massacro della scorta

È un ricordo che mi resterà sempre in mente. Pur abituati in quegli anni alle incursioni del terrorismo, agli scontri tra opposte fazioni in piazza e lungo le strade di Roma, in questo scenario che durava da tempo ci fu una svolta improvvisa, un giro di boa nella strategia del terrore. L’agguato di via Fani il 16 marzo 1978, rapimento di Aldo Moro, il massacro della sua scorta portarono al pieno cambiamento e l’avvio al declino delle Brigate Rosse e di tutte le altre formazioni terroristiche di qualsiasi “colore”. Ma fu una mutazione che costò sangue e terrore.

Vicenda, quella del rapimento di Moro, che si concluse il 9 maggio 1978 in via Caetani dove venne trovata la Renault 4 rossa con il cadavere dello statista infilato nel bagagliaio, buttato lì dentro dai terroristi come fosse una marionetta rotta.

In questo scritto ho utilizzato doto da la Repubblica, Secolo d’Italia, AdnKronos, Panorama e Coisp-Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia

Non sto qui a ripetere i fatti di cronaca di quel giorno, si ritrovano online descritti ovunque. Quel che voglio raccontarvi è il mio punto di vista di studente al primo anno di liceo scientifico.

Quel 16 marzo 1978 vissuto da studente

Frequentavo le lezioni al primo liceo scientifico di un istituto romano lungo la via Nomentana. La scuola era vicina alla celebre Villa Torlonia, quella che con i miei compagni di classe frequentavamo alla fine delle lezioni nei giorni d’orario più corto o quando capitava che saltasse l’ultima ora.

Erano continue incursioni tra collinette e macchie di verde in quella fantastica e decadente villa, all’epoca lasciata in pieno abbandono. Riuscivamo persino a entrare nelle strutture scrostate e con vetri rotti, penetravamo e visitavamo la Casina delle Civette, l’edificio centrale, tutti sbarrati… ma per modo di dire: chi voleva entrava. Era una continua avventura. Immaginavamo la vita trascorsa in quegli spazi nei tempi di splendore.

Eravamo giovanissimi, spensierati, presi fra studio e gioco. Ma ecco che ci piombò addosso quel 16 marzo 1978.

L’arrivo a scuola era stato come nelle precedenti giornate, nulla poteva far presagire qualcosa di eccezionale. Da tempo la sorveglianza delle Forze dell’Ordine nelle strade di Roma era un fatto assodato: in altre città sarebbe sembrato strano, intimorente. Nella Capitale era cosa comune, faceva quasi parte dello sfondo cittadino come i tanti alberi che costellavano le vie a modello della Nomentana.

Tornando a quel giorno, entrammo a scuola come sempre. Poi l’inizio delle lezioni e all’improvviso… il blocco, l’annuncio dagli altoparlanti in cima alle pareti, sopra le lavagne murate e sopra le cattedre dei professori.

Chi sta leggendo quanto racconto, deve considerare che l’agguato di via Fani vide agire i terroristi tra le 9,02 e le 9,05. Pochi minuti, i corpi senza vita degli uomini di scorta al capo del maggior partito italiano. I loro nomi, i carabinieri Domenico Ricci, Oreste Leonardi, gli agenti di Polizia Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino.

A terra e sparsi ovunque i 93 bossoli dei colpi esplosi dai brigatisti, le auto sforacchiate dai proiettili e non c’era lui, Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, rapito dai criminali.

L’allarme fu diffuso immediatamente e scattò come un ordine-passaparola, quello di rifugiarsi in casa. Tutti i genitori andarono a prendere i figli a scuola. Questo era il clima a Roma.

Polizia e carabinieri pattugliavano le strade moltiplicandosi in presenza come non mai.

La notizia arrivò presto a scuola con gli insegnanti che ci dissero di prepararci perché dovevamo andare via: i nostri genitori ci stavano venendo a prendere.

Da parte mia non lo sapevo, ma mio padre e mia madre si erano già sentiti al telefono. Per nostra fortuna papà in quei giorni era a Roma, nella sua “casa madre” di lavoro, la sede centrale dell’Ispettorato della Banca Nazionale del Lavoro, in zona via Veneto.

Lui prese l’auto per correre da me, ero il più vicino come sede scolastica. Riuscii a chiedergli qualcosa solo dopo che ero salito in auto, mentre sfrecciavamo verso la scuola (non lontana) dove stava mio fratello. “Hanno rapito Aldo Moro, c’è stata una sparatoria, mi rispose papà. Il suono della sua voce era carico di tensione, ma anche i suoi occhi erano più aperti del solito. Un atteggiamento fuori dal comune per lui sempre calmo, sempre pacato, nulla lo aveva mai smosso, di poche parole, con una pressione sanguigna che nel valore massimo non superava mai il valore di 120.

Prelevato anche mio fratello Salvatore, sfrecciammo verso casa, sempre lungo la Nomentana. Intanto, lungo il percorso, dall’autoradio si riversavano su di noi altri particolari.

Restammo rintanati nel nostro appartamento anche per il giorno successivo, il televisore sempre acceso, TG e speciali a trasmettere immagini di quel bagno di sangue, di quei corpi riversi e di quelle auto ridotte a colabrodo dai proiettili. Poche notizie aggiuntive, i terroristi e Moro non riuscivano a ritrovarli.

Paura. Palpabile. La si sentiva nell’aria, nel tono delle parole dei nostri genitori, nei loro reciproci sussurri. In questo modo pensavano di tenerci fuori dalla crudezza della situazione, dal loro scambio di impressioni terrorizzanti, da aspetti troppo duri. Invece, ne eravamo ben consapevoli.

Colpo di Stato nell’aria? Altre stragi? Altri vertici della Nazione che sarebbero stati colpiti?

Questa era l’atmosfera, questo era il clima vissuto in ogni famiglia.

Anche quando tornammo a scuola e i miei genitori ritornarono a una “gestione normale”, come avvenne per tutti gli altri, la situazione restò a gravare psichicamente sulle nostre spalle e sulle nostre teste. Così fu a lungo.

Per tantissimo tempo non ci liberammo di questo peso. Roma sembrava una città sotto assedio.

Ricordo bene i tanti stop ai posti di blocco, il vedere direttamente con i miei occhi, l’occhio nero di una mitraglietta girata verso di me e verso i miei. Non c’era altro modo per vivere quei momenti.

Spero proprio che mai più si debbano provare quelle sensazioni.

Certo, oggi a mettere in crisi la nostra vita è un nemico subdolo, praticamente invisibile come è un virus, il Sars-COV-2 della famiglia Covid. Comunque, posso assicurarvi che la pesantezza vissuta 43 anni fa era opprimente, eliminò qualsiasi certezza, non potevamo immaginare come saremmo finiti. E lo affermo da ragazzo di allora. Probabilmente per gli adulti dell’epoca fu ancora peggio, vedere messe in crisi le sicurezze costruite con il lavoro e l’amore, il sacrificio, le sconfitte e i trionfi. Sostituite da proiettili e sangue.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandro Gianesini ha detto:

    Io sarei nato da lì a un paio di settimane, non ho vissuto, ma mi è stato raccontato.
    A dirla tutta, non credo che siano cambiate granché le cose: ora si usano soltato altri sistemi, meno eclatanti, probabilmente, per mettere a tacere una democrazia che è quanto di più traballante e, sotto certi aspetti, inutile, dato che quello che voti non è certo che resterà tale nel corso della legislatura (vedi gruppi parlamentari che spuntano come fungi, alla bisogna).

    Vediamo come va a finire con quest’altro trauma che non è certo durato poche settimane come fu allora… Gli eventi tragici sono una costante a cui non ci si riesce ad abituarsi. Mai.

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    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      Il culmine della paura massima durò qualche settima, ma almeno a Roma durò a lungo, fin oltre i miei diciott’anni, quindi diversi anni dopo, quando poi ereditai un’Alfetta 1800 targata CT (Catania) e venivo fermato da carabinieri e polizia due volte a settimana con tanto di mitragliette spianate. Nella capitale durò diversi anni, in piena tensione, fino all’eliminazione del terrorismo

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      1. Alessandro Gianesini ha detto:

        Posso immaginare che la tua personale situazione ne abbia risentito parecchio, con un’auto del genere… 😅

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        1. Giuseppe Grifeo ha detto:

          😆😂 quanto mi piaceva quell’auto!!!
          Comunque i posti di blocco li avemmo per anni

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