Schizofrenia – Il bambino nascosto in uno scarabocchio, la protezione del caos

Un ragazzo di 17 anni, chiuso in se stesso, un caso difficile di schizofrenia con un cervello violentato dall’elettroshock, spento in alcune sue aree come questo trattamento fa di norma. Poi la riconnessione con l’esterno nelle sedute di psicoterapia, lui disegnò un gomitolo dove era nascosto un bambino, se stesso: primo segno di voler comunicare.

articolo del dottor Danilo Moncada-Zarbo di Monforte,
psicanalista
(link web dello studio clinico)
pubblicato sulla testata online Di-Roma.com
rubrica Medicina & Salute – ottobre 2016
direttore responsabile Giuseppe Grifeo

Danilo Moncada-Zarbo di Monforte, psicanalista e psicoterapeuta

Qualche anno fa iniziai una psicoterapia con un ragazzo di 17 anni con diagnosi di schizofrenia.

La schizofrenia è una psicosi, la più grave delle patologie della personalità. È una frattura tra la consapevolezza e la realtà, l’etimo è greco e significa “Mente Divisa“.

La rottura avviene attraverso passaggi e messaggi e, a parere della comunità scientifica, ha una origine psicologica anche se negli ultimi anni il messaggio più comune (o più facile) rimanda a una origine organica.

Il tema della riduzione all’Organico di tutto ciò che è Mente, è un grave errore, ma economicamente utile alle case farmaceutiche e al loro indotto.

Dire che una malattia è organica solleva inoltre le famiglie e il contesto dal senso di colpa. Spesso, anche dalla responsabilità.

Questo ragazzo presentava tutti i sintomi che confermavano la diagnosi: era chiuso in un totale mutismo, rifiutava di lavarsi, era assente, indisponibile, recitativo. Traspariva una profondissima disperazione che era però nascosta, celata.

La storia clinica mi venne raccontata dai genitori che lo accompagnavano inizialmente.

Una storia, simile alle altre, di interventi giunti fino all’Elettroshock.

L’elettroshock o, come viene chiamata, TEC terapia elettro convulsivante è ancora largamente praticato in Italia. Circa 90 strutture ospedaliere di cui 14 solo in Sicilia erano attive al momento in cui la commissione di inchiesta della Camera esaminò il fenomeno in seguito ad una interpellanza.

La Tec dovrebbe essere usata secondo le indicazioni della Legge solo come ultima spiaggia, successivamente a trattamenti Psicoterapeutici e Psichiatrici e mai come una terapia di prima linea.

Alda Merini, la grande poetessa, ricordava l’orrore di questa pratica  e ne riportava il vissuto di grande dolore.

È una pratica di spegnimento, proprio chiamata così, di SPEGNIMENTO, in quanto prevede che intere aree del cervello vengano spente per sempre in modo piuttosto approssimativo e senza mai potere bene definire quale sarà l’area bruciata e quale rimarrà intatta. Il  Comitato nazionale per la bioetica nel 1995 sostenne chela psichiatria dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale” e molte sono le testimonianza scientifiche che ritengono la “Tec” inutile, se non perfino dannosa, specie per la memoria.

L’effetto su questo ragazzo fu devastante, intere aree della memoria vennero spazzate via e nulla di ciò che aveva causato una profonda depressione era stato mutato.

I fattori che avevano provocato o evocato la profonda depressione rimanevano tutti lì, con in più una grande confusione prodotta dalle aree della memoria oramai bruciate e dal vissuto di impotenza e di terrore.

Cosi questo ragazzo stava a guardarmi immobile, per la durata della intera seduta senza aprire bocca.

La sua disperazione e confusione pervadeva tutto e il silenzio sembrava nirvanico, sospeso.

Un giorno, dopo molti mesi di tentativi di contatto, accadde qualcosa.

Prese un pennarello e disegnò su uno specchio che si trova nel mio studio.

Era un disegno che ricorda quello dei bambini, uno reticolo, un caos di linee continue, come un gomitolo appiattito, uno scarabocchio impenetrabile.

Fatto questo, tornò a sedersi nel suo e nostro silenzio.

Osservai per giorni il disegno, con l’aiuto di un collega psichiatra che lo seguiva da circa un anno e da cui proveniva il paziente e di uno psicoterapeuta che seguiva la coppia familiare.

Ricordammo insieme i lavori di Bettelheim e, in particolare, il suo lavoro “La fortezza vuota”.

E venne fuori qualcosa. La forma del gomitolo appiattita che ricordava un cervello aveva un area più scura sotto la quale era nascosto una figura umana.

Era un disegno stilizzato, proprio come quello dei bambini che si auto rappresentano.

Era un bambino nascosto in se stesso, nella sua mente, nascosto nel suo caos.

Avevamo fatto un passo importante, sapevamo che il paziente si vedeva ancora. Era nascosto e spaventato, ma c’era.

Il processo schizofrenico era interrotto, la mente scissa aveva stabilito di nuovo un legame o, come io sostengo, lo aveva sempre mantenuto ma nascosto, protetto.

Il paziente mi aveva anche fornito una chiave di comunicazione che era il disegno.

Proprio il disegnare era la sua  grande (mi disse poi) passione. Questo ragazzo era rimasto bloccato e si era fortemente represso, aveva nascosto tutto di sé poiché riteneva che il bisogno degli altri (i genitori) fosse prevalente.

Si era perduto negli schemi di una famiglia schizoaffettiva che alternava messaggi con codici poco chiari ed ambigui. La stessa famiglia era capace di un enorme amore, una grande cura e insieme di grandi svalutazioni e grandi non detto.

Genitori frustrati e disillusi che generavano processi e comunicazioni ambivalenti e che, a loro volta però, trovarono il modo di mettersi in discussione.

Un lavoro lungo e doloroso, quello col paziente e quello con la famiglia. Un lavoro di elaborazione e sdoganamento dalla colpa, un lavoro di crescita e consapevolezza dei ruoli.

Il passaggio successivo fu quello tanto temuto da alcuni colleghi e fortemente tenuto a bada dai farmaci.

L’irruzione, o meglio, il ritorno della sessualità.

Il sesso infatti viene temuto come luogo degli impulsi irrefrenabili e dello scatenamento delle pulsioni.

Per questo quasi tutti i farmaci psicoattivi, in questo campo, tendono a ridurre i livelli della libido fino a bloccarla.

Invece, ritengo che sia una opportunità che, qualora si presenti, non va né svalutata né repressa.

Per un paziente psicotico recuperare il confine corporeo e l’immagine di sé significa ritrovare un contatto con tutto quello che è identitario.

Identità è anche il corpo e i suoi confini, identità è il sesso è  la sua agibilità, identità è un processo che pure strutturandosi nei primi tre anni di vita, procede verso periodici assestamenti.

Il desiderio e il piacere non più temuti diventarono una opportunità. Le fantasie sessuali vennero riconosciute come fantasie distinte dalla realtà e il paziente non ne ebbe più paura.

Desiderare di far sesso con la madre è una fantasia che viene ricondotta nel lavoro terapeutico in precisi confini, non vuol dire che “andrò a fare sesso con la madre”.

Distinguere tra fantasia e realtà consentì al paziente di ricreare i confini tra mondo fantasmatico e mondo reale.

Gli consentì di riavviare il normale rapporto tra mondo interno e mondo esterno, rafforzandone i confini.

Circa un anno prima della fine della terapia, chiese di cancellare il disegno dallo specchio che io avevo mantenuto lì.

Lo avevo mantenuto per confermare al paziente l’idea che la terapia era un contenitore solido, costante e che poteva lasciare temporaneamente parti angoscianti o angosciate in un luogo sicuro.

Cancellò prima il reticolo a gomitolo, lasciando per qualche seduta ciò che restava del bambino nascosto nel caos.

In una seduta successiva cancellò il bambino che non aveva più bisogno di nascondersi e che, pur restando lì, era stato accolto e non bruciato. Un bambino ferito e scottato che era stato visto e quindi poi integrato in una personalità altrettanto ferita e scottata, ma nuovamente in grado di badare a se stessa.

Quello che lasciò il mio studio al termine della psicoterapia era un Uomo consapevole, innamorato, non perfetto, non immortale, non onnipotente, un uomo ferito ma con tutta la vita davanti e con il diritto ad essere felice. Quest’uomo felice avrebbe avuto un buco nel suo cervello, aveva però creato ponti per non cadere più in quel buco o, quanto meno, sapeva che il buco c’era e ci sarebbe stato. Sapeva che era in grado di attraversarlo o, se non se la sentiva, poteva fermarsi e andare da un’altra parte.

Poteva farlo da solo o poteva condividerlo e quel bambino nascosto poté così diventare, nell’ultimo sogno analizzato, un bambino d’oro splendente che gli sorrideva  rendendolo felice.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giusy ha detto:

    Mammamia: Perfetto!!!! Leggere i casi scritti dagli analisti per me è godimento puro. Un regalo e una condivisione meravigliosa!! Felicissima di leggere questo scritto prezioso. Grazie per averlo (ri) condiviso🙏😊

    Piace a 1 persona

    1. Giuseppe Grifeo ha detto:

      E ne vedrai altri con aspetti molto differenti 😉

      Piace a 1 persona

      1. Giusy ha detto:

        Mi gaso Giuseppe!🤭 grazie, grazie, grazie. Sguazzo nel piacere!

        "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...