Sparisce il tocco umano, d’affetto. I danni della “virtualità”, l’animale uomo senza freni sia pre che durante il Covid-19

Critiche continue si susseguono in un profluvio di parole e di post perdendo di vista le ottime opportunità di socialità e di business in un mezzo come Facebook. È una pressione senza freni lungo il precipizio che ci butta nel buco nero del giudizio sul comportamento altrui, forse anche proiettando le proprie “mancanze” sugli altri.

Il tutto è “condito” dalla presenza di esperti in ogni branca del sapere, sapienti fai-da-te multitasking-multi discipline, dalla medicina, alla psicologia, biologia e chimica, dalla politica alla comunicazione, conoscenza di “poteri forti” e di complotti tra i più assurdi.

Occorre un bagno di umiltà, un ritorno alla personale realtà di vita e, cosa non meno importante, al contatto diretto e personalizzato… ma non solo. Covid-19 permettendo

Le belle riunioni pre Covid (Casa Moncada-Caruselli), amicizie tangibili, non virtuali, epurate da intromissioni o giudizi sommari tipici di molti social network trasformati spesso in arene tra sordi e pettegoli

Sugli auto-proclamatisi conoscitori di ogni scienza umanistica, tecnica, medica, astronautica, sociale, dei negazionismi, complottismi, alienismi, ho già dato un’idea su come la penso. L’ho fatto in questo mio precedente articolo (link) dove prendo spunto da uno studio. Quindi, su questo aspetto del tema non mi ripeto.

Che accade sui social, nel mondo virtuale? La reazione malata ad azioni inoffensive e comuni

Se ci si tagga in un luogo piuttosto che in un altro, giù gli strali sul perché lo si è fatto, mentre si ipotizzano tuoi consequenziali ritratti psicologici deteriori. Tutti diventano sociologi, psicanalisti, psicologi quando devono giudicare l’altrui azione. Basta mettere qualsiasi cosa sul social e si diventa bersagli di considerazioni più o meno “occulte”.

Se mostri il tuo albero di Natale in foto, mamma mia! Per non parlare del Presepe o degli addobbi in casa o sulla tavola (esempio di considerazioni: eleganti o non eleganti, di classe o economici, troppo chiari o troppo scuri, tovaglia troppo lunga o tovaglia troppo corta, sfoggio di servizi antichi o sfoggio truffaldino di servizi moderni spacciati per antichi, troppi fiori – sembra il negozio di un fioraio- o -mamma mia!- nessun fiore, ecc). Anche solo da un’immagine ti appiccicano un’etichetta e subito la gogna virtuale entra in azione.

Se fotografi un piatto, porca miseria quanto magni e sempre lì a mostrare! Basta, lo fanno tutti, non puoi farlo pure tu, non sta bene, finiscila!

Fai un viaggio… ma non ti azzardare a mettere foto, almeno non troppe, per non farti bollare subito come fanatico-esibizionista.

Ti tagghi in un bel ristorante con amici? Fai lo sbrodolone, l’eccessivo: devi taggarti per forza in una bettola o in qualche locale meno mondano… o in un altro più mondano.

Non sia mai che metti troppo in mostra la partecipazione a eventi, lo smoking, il frac, spille, decorazioni, l’abito scuro o similari. Si sprecano le critiche sul troppo lucido, troppo poco lucido, troppo scuro, troppo chiaro, troppa pancia, pantalone troppo corto o troppo poco corto, troppe righe, troppi pallini, troppo colore, troppo poco colore, troppo monocolore, scarpe troppo lucide, scarpe non lucide.

A questo punto incateniamoci e pubblichiamo solo immaginette religiose! Tanto per abbreviare e per non tediare oltre con questo testo sui tanti atteggiamenti aberranti in Facebook e nei social in genere, questi, da strumenti online per illustrare le proprie esperienze e raccontarsi condividendo momenti (fino al punto in cui si intende farlo), sono stati trasformati in tanti cortili di lavandaie. Termine, quest’ultimo, che intendo solo nel suo senso deteriore, con pieno rispetto delle figure (lavandaie) descritte da vocabolario.

Comunque, visto che anche io sto criticando, non mi tiro del tutto fuori dagli atteggiamenti che ho appena illustrato in pochi esempi.

C’è inoltre chi, ogni giorno o quasi, misura da quanti è salutato attraverso suoi post che iniziano con un “vediamo oggi quanti mi dicono ciao… “ o similari (sembra quasi una rassicurazione dal timore di non avere amici a sufficienza e una messa alla prova di presunte amicizie: ma proprio su Facebook?).

C’è chi minaccia ogni giorno un repulisti di contatti, sforbiciate, accettate perché gli incriminati guardano soltanto, spiano, non commentano, non mettono reazioni tramite apposite icone-tasti: quindi, al bando!

Esiste pure chi minaccia (non poche volte) di chiudere il proprio account perché ci sono troppi impiccioni, troppi che li criticano, si sentono colpiti da fantomatiche censure.

Che noia!

Che noia e che sfascio. Soprattutto che noia… sembra esserci un gusto smodato per il proclama, il giudizio, l’etichettare, cosa un po’ malata, credo. O grande insicurezza cronico-malata.

Ma io, nonostante la noia estrema e disturbante di questi atteggiamenti da circo virtuale, NON me ne vado… e continuerò a osservare, monitorare il “bestiario social”.

Piuttosto, recuperiamo il contatto personale che, oltre agli auguri cumulativi per le feste, ci spinga almeno ad sms o e-mail non preconfezionate, dirette ai singoli amici per far capire senza ombra di dubbio che li abbiamo pensati.

I più arditi potrebbero andare anche oltre compiendo brevi telefonate, almeno dirette a chi è più vicino.

Gli spericolati assoluti, oltre che romantici persi e “antichi”, potrebbero riconsiderare l’antica lettera a mano, basterebbero poche righe senza impegnarsi in poemi.

Bisognerebbe rivalutare il… “social reale“, concreto, la cena in compagnia, il piacere della tavola, di dirsi fesserie in compagnia, il chiamarsi senza voler scrutare e sentenziare sulla realtà altrui, ma condividendo e solo con questo spirito. Certo, in gran parte realizzabile quando la Pandemia Covid-19 si andrà estinguendo grazie alle vaccinazioni rendendoci pienamente liberi.

Intanto, incontrarsi e confrontarsi nella realtà -in pochi- è possibile con tampone appena fatto prima dell’incontro garantendo i convitati sulla propria negatività riguardo la presenza del Sars-Cov-2.

Il contatto umano, normale, pacato, gentile, ipoisterico” (passatemi il termine), ecco cosa deve essere recuperato, quello che sembra esserci stato tolto dai mezzi globali e istantanei.

Attenzione però. Questi strumenti moderni di incontro online non rappresentano il male. Siamo noi stessi a renderli immondizia stravolgendoli. Stravolti nella loro funzione come si potrebbe fare con un coltello da tavola: da ausilio per gustare una pietanza, può diventare un’arma contro l’altro.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandro Gianesini ha detto:

    Ciao…

    Ah, no: pensavo fossimo su faccialibro! 🤣

    "Mi piace"

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