Leggende di Sicilia (6), Tifeo il gigante sepolto sotto l’Etna e la Sicilia condannato a sostenerle in eterno… come Colapesce

Tifeo o Tifone (Τυϕωεύς, Τυϕώς, Τυϕάων, Τυϕών; Typhoeus, Typhon) il gigante, ha una storia complicata, una leggenda che, come tutte le narrazioni siciliane e mediterranee, è fatta di forza, passioni e dolore. Come sempre integro e “rivesto” questi antichi miti sui quali, già molti anni fa, avevo sviluppato dei testi.

In questo caso, proprio nel suo epilogo, c’è un punto di incontro con la vicenda di Colapesce (link per rileggerla), anche se l’epoca della leggenda del gigante è ben anteriore.

Zeus scaglia fulmini contro Tifeo, scena da un’Idria di Vulci del VI sec. a.C. esposta allo Staatliche Antikensammlungen di Monaco

 È la storia di una lotta senza quartiere che, alla fine, vede la sconfitta di Tifeo, costretto per sempre a sostenere il peso di un’isola, la Sicilia. Il mito tende a spiegare in questo modo il motivo delle continue eruzioni dell’Etna, sotto cui, secondo Eschilo, sarebbe imprigionato l’irrequieto Tifeo giustificando così pure i non pochi movimenti tellurici di questa terra.

Da qui la veste mitologica data a Tifeo, personificazione delle forze naturali della terra, delle tempeste e, soprattutto, dei fenomeni vulcanici e dei terremoti.

Da sottolineare che questa storia è del tutto analoga a quella di un altro mitico gigante, Encelado: anche lui sfidò il Re degli dei e finì sotto terra a sorreggere per sempre la Sicilia che gli era stata scagliata addosso dalla dea Atena.

Il racconto di Tifeo

Tifeo, come narrano Esiodo e Apollodoro, è il figlio più giovane di Tartaro, personificazione degli Inferi e di Gea, la Madre Terra. Il gigante è orribilmente mostruoso, con una voce rimbombante, occhi di fuoco e con centinaia di teste di drago.

Statua acroteriale di Tifeo, VI secolo a.C. dalla Regia di Gabii – foto Saiko

Da quando è nato viene destinato dalla madre ad una lotta senza quartiere contro Zeus da lei ritenuto colpevole di aver sconfitto i Titani, anch’essi figli di Gea.

Nel corso di uno dei tanti combattimenti fra i due, Tifeo fugge verso oriente per riorganizzare la sua strategia. Arriva così ai limiti del territorio siriano e si ferma in attesa.

Ricomincia la lotta con Zeus, ma questa volta il gigante strappa l’arma dalle mani del Re degli dei. Con questa taglia i tendini dei piedi e delle mani di Zeus, poi lo scaraventa dentro una grotta in Cilicia, distretto sulla costa sud orientale dell’Asia Minore.

Il Re del Pantheon greco riceve però l’aiuto di Hermes e Pan che ritrovano i suoi tendini, lo rimettono in sesto e lo riportano sull’Olimpo, pronto a ricominciare il confronto. Forse Tifeo avrebbe vinto ancora una volta, ma il fato ci mette lo zampino.

Dalle nozze di Tifeo con Echidna, figlia di Phorkos e Keto, si racconta che furono generati altri mostri e altri giganti, una prole inquietante: Orth(r)os (un cane mostruoso), Cerbero (ben noto cane a tre teste), l’idra di Lerna, la Gorgone, il drago della Colchide, il drago delle Esperidi, la Chimera, la Sfinge, l’aquila di Prometeo, la scrofa del Crommio, le Arpie, il leone Nemeo, i serpenti di Laocoonte.

Proseguendo con la vicenda, sul monte Nisa dove il gigante si era momentaneamente fermato, le Moire (le tre filatrici, le Klothes, che impersonificano il destino, il fato) lo rifocillano con frutti solitamente destinati ai mortali: lui, creatura divina, al contatto diretto con quel cibo, inizia a perdere le forze.

Zeus approfitta subito di quell’occasione, di quel momento di grande debolezza di Tifeo, così ferisce profondamente il gigante che inizia a perdere tantissimo sangue (da quel momento il monte dove si è svolta quest’ultima fase della lotta, viene chiamato Emo, sangue in greco).

Tifone fugge in Sicilia, ma il Re degli dei lo insegue e lo imprigiona per sempre sotto l’Etna.

La tradizione popolare vuole che Tifeo sostenga la Sicilia in una sorta di crocifissione. In questo modo bisogna infatti immaginare il corpo del gigante, supino, con la testa verso est, i piedi verso ovest e le due braccia tese perpendicolarmente al corpo lungo l’asse nord-sud: Tifeo sorregge Messina con la mano destra, Pachino con la sinistra, Trapani gli sta poggiata sulle gambe e il cono dell’Etna sta proprio sulla sua bocca rivolta verso l’alto.

Ogni volta che si infuria, Tifeo fa vomitare fuoco e lava dall’Etna. A ogni suo tentativo di liberarsi dal legame eterno, ecco che si scatenano i terremoti.

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