Sapienza vera: consapevoli di non sapere, trasparenti, senza maschere, affamati di conoscenza

Platone, nell’Apologia di Socrate da lui scritta, racconta il processo al vecchio filosofo riportandone la sua stessa autodifesa, il concetto di Sapienza, quella non mascherata, ma reale, dotata di ovvi limiti (nessuno sarà mai onnisciente), consapevole di non sapere… di non poter conoscere tutto, quindi forte spinta verso lo studio e la conoscenza. Uno status su cui tutti dovremmo riflettere, a cominciare dal popolo dei social (e non solo social) che sembra sempre “altamente” sapiente, dotato di pseudo conoscenze in ogni campo e di pesanti maschere

La coscienza di non sapere, di essere limitati dall’impossibilità di intendersi di ogni ambito. Per questo motivo proiettati verso la conoscenza, avere fame di sapere. Ecco la Sapienza di Socrate, quella che lui stesso avrebbe descritto e analizzato nel corso della sua autodifesa durante il processo che lo vide come grande accusato.

… costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi piú sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo.

L’Apologia di Socrate fu scritta da Platone tra il 399 e il 388 a.C. nella forma di dialogo tra più persone, metodo tanto caro allo stesso vecchio filosofo che lo usava come mezzo di indagine e confronto critico, l’elenchos (ἔλεγχος – confutazione) in prevalenza nell’analisi di concetti morali.

Lo scritto racconta un momento cruciale nella vita di Socrate, quando fu messo sotto processo ad Atene nel 399 a.C. davanti a una giuria di 501 cittadini. L’anziano filosofo sarebbe poi stato condannato con una maggioranza di voti dei giurati: appena 30 in più. Passò poi il secondo voto, questa volta a grande maggioranza, per la pena capitale, alternativa scelta alla sola multa.

Socrate nell’affresco di Raffaello Sanzio, “La Scuola di Atene” nella Stanza della Segnatura – Palazzi Pontifici, Roma

L’accusa nacque in una Atene in declino, già sconfitta da Sparta, in un ambito politico non stabile, alla ricerca di ideali tradizionali che l’avevano resa grande in passato. La continua ricerca della verità da parte di Socrate, il suo porsi dubbi, confrontarsi, ebbe grande successo tra i giovani, ma fu giudicato pericoloso dai vertici politici, un sovversivo nei confronti della stabilità sociale e verso quella tanto ricercata del passato.

“Socrate è colpevole di non riconoscere come Dei quelli tradizionali della città, ma di introdurre Divinità nuove; ed è anche colpevole di corrompere i giovani. Pena: la morte“, questo un frammento dell’accusa presentata da Meleto (figlio di un omonimo poeta tragico del demo attico di Pìthos) secondo quanto riportato dall’antico storico e scrittore Diogene Laerzio (metà III secolo d.C.) nel suo Vite e dottrine dei filosofi.

Dichiarato quindi colpevole, Socrate fu condannato a morte bevendo un infuso di Cicuta, pianta velenosa in ogni sua parte contenente almeno cinque alcaloidi: la coniina (neurotossina che colpisce le sinapsi neuromuscolari), la conidrina, la coniceina, la pseudoconidrina, la metilconicina. Però la Cicuta non fu, probabilmente, l’unico ingrediente: nell’infuso mortale fu aggiunta anche una specie velenosa di Datura insieme a Oppio, miele e vino (questi due per rendere gradevole il gusto della mistura mortale).

Socrate

So di non sapere, non figuro come i tanti grandi, i saccenti che danno l’impressione di conoscere ogni cosa. Quindi sono un po’ più sapiente di loro riconoscendo questo mio limite e, per questo, sono sempre spinto verso la conoscenza e la verità. Così riassumo brevemente e in maniera non proprio degna, il pensiero di Socrate.

Oggi l’autodifesa di Socrate sarebbe un pensiero perfetto, da incidere nelle menti, da pubblicizzare con qualsiasi mezzo e costo a partire dai social, quei luoghi virtuali dove il novanta per cento dei partecipanti strombazza pensieri di pseudo grande conoscenza e di false dotte interpretazioni su ogni materia: dall’Astronomia alla Medicina, dall’Economia universale all’Arte, dagli Studi Sociali al Giornalismo, dalla Politica alla mappa di interessi economici, dalla Fisica nucleare alla geologia e ai complotti internazionali oltre che alla vita aliena. Al contrario, non sanno nulla o sono limitati al loro ambito “operativo”. Però continuano a pubblicare pensieri non loro, collage di parole malamente montate (non conoscendo spesso la lingua italiana e mai le materie su cui vorrebbero pontificare). Così vengono fuori minestroni non-concettuali dal sapore mentale amaro e assurdo, oltre che inconsistente.

Socrate appena prima di bere il mortale infuso di Cicuta

Cosa converrebbe fare? Studiare e analizzare quel che non si è mai letto, approfondito, mai conosciuto. Un passo fondamentale per una riflessione seria sul proprio operato.

Da qui, ecco il testo tratto dall’Apologia di Socrate dove l’anziano filosofo fa luce sulla Sapienza. L’arringa, se così è possibile definirla – ma è più un testamento morale -, di chi è considerato come il padre fondatore dell’etica, della filosofia morale:

Della mia sapienza, se davvero è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi. Avete conosciuto certo Cherefonte. Egli fu mio compagno fino dalla giovinezza, e amico al vostro partito popolare; e con voi fu esule nell’ultimo esilio, e ritornò con voi. E anche sapete che uomo era Cherefonte, e come risoluto a qualunque cosa egli si accingesse. Or ecco che un giorno costui andò a Delfi; e osò fare all’oracolo questa domanda: – ancora una volta vi prego, o cittadini, non rumoreggiate – domandò se c’era nessuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che più sapiente di me non c’era nessuno. Di tutto questo vi farà testimonianza il fratello suo che è qui; perché Cherefonte è morto.

Vedete ora per che ragione vi racconto questo: voglio farvi conoscere donde è nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: “Che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di esser sapiente, né poco né molto. Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch’io sono il più sapiente degli uomini? Certo non mente egli; ché non può mentire”. – E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che solamente così avrei potuto smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: “Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io”. – Mentre dunque io stavo esaminando costui, – il nome non c’è bisogno ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionandoci insieme, feci l’esperimento che sono per dirvi; – ebbene, questo brav’uomo mi parve, sì, che avesse l’aria, agli occhi di molti altri e particolarmente di se medesimo, di essere sapiente, ma in realtà non fosse; e allora mi provai a farglielo capire, che credeva essere sapiente, ma non era. E così, da quel momento, non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di coloro che erano quivi presenti. E, andandomene via, dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero più sapiente io: in questo senso, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono né di bello; ma costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi più sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo. E quindi me ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere più sapienti di quello; e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l’odio di costui e di molti altri.

Ciò nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca; pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento, che venivo in odio a tutti: e, d’altra parte, non mi pareva possibile ch’io non facessi il più grande conto della parola del dio. – “Se vuoi conoscere che cosa vuole dire l’oracolo, dicevo tra me, bisogna tu vada da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti”. – Ebbene, o cittadini ateniesi, – a voi devo pur dire la verità, – questo fu, ve lo giuro, il risultato del mio esame: coloro che avevano fama di maggior sapienza, proprio questi, seguitando io la mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti, in maggior difetto; e altri, che avevano nome di gente da poco, migliori di quelli e più saggi. Ma voglio finire di raccontarvi le mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni per persuadermi che era davvero inconfutabile la parola dell’oracolo.

Dopo gli uomini politici andai dai poeti, sì da quelli che scrivono tragedie e ditirambi come dagli altri; persuaso che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la ignoranza mia e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che mi parevano le meglio fatte, e ai poeti stessi domandavo che cosa volevano dire; perché così avrei imparato anch’io da loro qualche cosa. O cittadini, io ho vergogna a dirvi la verità. E bisogna pure che ve la dica. Insomma, tutte quante, si può dire, le altre persone che erano presenti, ragionavano meglio esse che non i poeti su quegli argomenti che i poeti stessi avevano poetato. E così anche dei poeti in breve conobbi questo, che non già per alcuna sapienza poetavano, ma per non so che naturale disposizione e ispirazione, come gl’indovini e i vaticinatori; i quali infatti dicono molte cose e belle, ma non sanno niente di ciò che dicono: presso a poco lo stesso, lo vidi chiarissimamente, è quello che accade anche dei poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti, per ciò solo che facevano poesia, credevano essere i più sapienti degli uomini anche nelle altre cose in cui non erano affatto. Allora io mi allontanai anche da loro, convinto che ero da più di loro per la stessa ragione per cui ero da più degli uomini politici.

Alla fine mi rivolsi agli artisti: tanto più che dell’arte loro sapevo benissimo di non intendermi affatto, e quelli sapevo che li avrei trovati esperti di molte e belle cose. E non m’ingannai: ché essi sapevano cose che io non sapevo, e in questo erano più sapienti di me. Se non che, o cittadini di Atene, anche i bravi artefici notai che avevano lo stesso difetto dei poeti: per ciò solo che sapevano esercitar bene la loro arte, ognuno di essi presumeva di essere sapientissimo anche in altre cose assai più importanti e difficili; e questo difetto di misura oscurava la loro stessa sapienza. Sicché io, in nome dell’oracolo, domandai a me stesso se avrei accettato di restare così come ero, né sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o di essere l’una cosa e l’altra, com’essi erano: e risposi a me e all’oracolo che mi tornava meglio restar così come io ero.

Or appunto da questa ricerca, o cittadini ateniesi, molte inimicizie sorsero contro di me, fierissime e gravissime; e da queste inimicizie molte calunnie, e fra le calunnie il nome di sapiente: perché, ogni volta che disputavo, credevano le persone presenti che io fossi sapiente di quelle cose in cui mi avveniva di scoprire l’ignoranza altrui. Ma la verità è diversa, o cittadini: unicamente sapiente è il dio; e questo egli volle significare nel suo oracolo, che poco vale o nulla la sapienza dell’uomo; e, dicendo Socrate sapiente, non volle, io credo, riferirsi propriamente a me Socrate, ma solo usare del mio nome come di un esempio; quasi avesse voluto dire così: “O uomini, quegli tra voi è sapientissimo il quale, come Socrate, abbia riconosciuto che in verità la sua sapienza non ha nessun valore”. – Ecco perché ancor oggi io vo dattorno ricercando e investigando secondo la parola del dio se ci sia alcuno fra i cittadini e fra gli stranieri che io possa ritenere sapiente; e poiché sembrami non ci sia nessuno, io vengo così in aiuto al dio dimostrando che sapiente non esiste nessuno. E tutto preso come sono da questa ansia di ricerca, non m’è rimasto più tempo di far cosa veruna considerabile né per la città né per la mia casa; e vivo in estrema miseria per questo mio servigio del dio”.

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